1° Bussines trap – l’assistenza

12 maggio, 2008

Non ti vendo il software, ti vendo l’assistenza.

Questa strategia è applicata sia dalle multinazionali che dalle software house di paese, ma io mi occuperò di quelle locali perché più vicine alla realtà Italiana.

La loro storia affonda negli anni 90, dove vendevano un foglio excel dentro un PC scadente a qualche milione di lire. Con l’abbassamento dei prezzi dell’hardware e del software, alcune di queste piccole software-house-scatole-vuote si sono convertite all’open source pensando bene di vendere ciò che si trova in rete.

Un centralino telefonico, un CMS, un sistema operativo o una suite da ufficio, qualunque cosa, il venditore arriverà e annuncerà con aria furba :

– Ma voi non siete ancora passati all’open source ? E’ gratis, funziona 1.000 volte meglio e guarda io da quando l’ho montato mai un etc.etc.

Allora, il profano chiederà : si ma chi lo fa questo open source ? E la risposta sarà che lo fa la community, anche loro contribuiscono, ormai lo usano tutti.

Non c’è nessuna azienda dietro il software, non è di nessuno ed è di tutti. Quindi..quindi serve solo qualcuno che offra assistenza, e guarda caso la offrono proprio loro !

Tu, invece di spendere in licenze come un fesso, paghi solo loro per l’installazione e l’assistenza, che comunque servirebbero ! Alla fine risparmi migliaia e migliaia di euro.

Peccato che da quel momento si genera un conflitto di interesse tra prodotto e fornitore : il fornitore guadagna se il sistema ha bisogno di assistenza, è difficile da installare o configurare, oppure non soddisfa pienamente il cliente che non può lavorarci in autonomia.

Le grandi software house competono sviluppando i prodotti migliori, il che non vuol dire il più veloce e stabile, ma quello che fa di più e meglio e sopratutto in autonomia.

Ecco che Open Office è meno immediato e fa meno cose automatiche di Excel e word, ecco che asterisk (centralino software) non ha una interfaccia semplice integrata, mentre il suo concorrente closed si installa in 1 minuto e sopratutto è tanto semplice ed immediato da essere usato dal cliente, senza chiamare nessuno.

I produttori di software lavorano per rendere le cose semplici, facili per essere gestire dall’utente senza assistenza, indirettamente per tagliare fuori l’esperto di turno. Come reazione, alcuni sistemisti, commerciali o scarsi programmatori vi consiglieranno software open source. Diranno che è l’unico serio, e quindi difficile da usare, mentre è esattamente vero il contrario.

Per il cliente : il fornitore è in conflitto di interesse, come se il tuo meccanico-carrozziere ti vendesse automobili. Immagini come sarebbero ? Brutte, con un cofano grande grande un abitacolo scarno e scomodo,rumorose, da rifinire e con tagliando corto.

Per il programmatore : relegato in ruoli marginali : adattare semilavorati e fare le più semplici personalizzazioni. La poca professionalità, l’utilizzo di strumenti di sviluppo lenti, faraginosi e poco professionali lo rendono facilmente sostituibile. Non c’è prospettiva ed investimento, si guadagna solo con il lavoro, non si capitalizza il proprio prodotto.

PS: Bersaglio privilegiato di questa strategia è l’amministrazione pubblica, che non vede di buon occhio un grosso investimento iniziale per i rischi che comporta, mentre è sensibile alle sirene ideologiche. L’open con la sua necessità di consulenza e l’alto costo di sviluppo è perfetto : si evitano metriche di confronto, si può far fare a chi si vuole e sfugge a qualunque controllo.

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4 Responses to “1° Bussines trap – l’assistenza”

  1. lecalefanmale Says:

    hahahahahahahahahahahahahahahahahah non mi sembra che tu abbia le idee molto chiare!

  2. eeecp Says:

    Quoto in toto con l’articolo. Di fronte ad argmentazioni serie come questi pero no ho mai trovato qualche fanboy dell’opensurce capace di rispondere seriamente.

  3. graz Says:

    Devo dire che, sebbene tutto il sito e tutti gli interventi siano (volutamente, credo) decisamente provocatori e a senso unico, c’è del vero in quello che dici. Ovvero: è chiaro che enfatizzi una faccia della medaglia e fingi di non vedere l’altra, che pure c’è… ma effettivamente in un web dove quell’altra faccia è esaltata, sbandierata e ingigantita oltre ogni limite da alcuni fanatici fino allo sfinimento, che ci sia qualcuno che fa notare anche questi aspetti è positivo.

    Io personalmente credo nell’open source come valido modello di sviluppo e di business *limitatamente ad alcuni campi applicativi*, ma è semplicemente da pazzi pensare che possa essere l’unico modello, applicabile universalmente. Ed è ancora più da manicomio l’idea di tirare in ballo i principi morali, tipo “uso Linux quindi ho la coscienza pulita”… se fosse questa la moralità…
    Perciò suppongo e auspico un futuro dove open e closed convivano pacificamente, ognuno con i propri “punti di forza” e di debolezza, a tutto vantaggio della clientela che sarà libera di scegliere ed utilizzare gli strumenti che meglio risponderanno alle sue esigenze.

    Staremo a vedere. Come al solito, i mercati e le società civili decideranno. Grazie a Dio, i fanboy, di nessuna parte in causa, hanno mai deciso alcunchè sulle sorti del mondo.

  4. whitenoise Says:

    non sono d’accordo con questo articolo, in primis:
    1) Da quel che so io, la PA usa per la maggior parte software closed, spesso non si può passare immediatamente al software libero (!= gratis) sia per problemi di training (bisogna fare i corsi per la migrazione (costosi)) che per problemi logistici (la migrazione, in se è costosa)…

    2) ls storia dell’opensource come una moda non l’ho mai sentita, forse il desktop 3d di ubuntu o altre amenità si…ma non quanto scritto da te 😉

    3) hai confrontato asterisk con $software_closed il che non è indicativo 🙂
    Provo a darti un paio di spunti su software simile: oracle con mysql, websphere con jboss…

    😉
    ciao
    luca


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